Storie della mia vita: Si nasce scrittore o lo si diventa

 


Cari amici di Facebook

voglio narrarvi qualcosa della mia vita e leggerei con piacere anche qualcosa della vostra vita, Comincio con un episodio vissuto durante il quinto anno delle Superiori nell'Istituto tecnico nautico di Procida.
Si nasce narratori o lo si diventa? E' una domanda alla quale non è difficile rispondere se siamo convinti che il talento non può essere voluto o costruito. Sono infatti convinto che esso fa parte di quella misteriosa parte dell'essere umano molto legata all'attrazione che ci permette di sentire un trasporto grande per qualcosa: un attitudine, uno sport un particolare lavoro, un arte.
E' come se in ciascuno di noi ci fosse un richiamo più forte e tenace che ci spinge in direzioni appena intraviste ma che nel tempo si rivelano connaturate con la parte più profonda di noi stessi.
I grandi pedagogisti ci hanno sempre detto che la scuola, quando è scuola, e non solo distributore di conoscenze, deve puntare a sviluppare le capacità intellettive dell'essere umano, cioè evidenziare quello che è già dentro il bambino il ragazzo o il giovane; in primo luogo la parola, il pensiero e i il talento.
Da ragazzo fino ai 15-16 anni la mia lingua madre fu il dialetto ma a scuola si parlava e scriveva l'italiano ed io non riuscivo a tradurre in maniera corretta il dialetto che occupava fortemente la mia mente, per cui collezionavo voti mediocri o insufficienti nei compiti di italiano perché i mei scritti trasudavano forme dialettali.
"Deve leggere, deve leggere molto..." dicevano i docenti ed io leggevo e capivo bene l'italiano dei libri ma il mio linguaggio scritto migliorava poco e i miei voti erano sempre bassi.
Fatto certamente positivo in questo stallo linguistico fu che mi innamorai della lettura a tal punto da leggere di tutto e di più e questo fino all'anno della maturità, quando arrivò in classe una nuova docente di italiano di nome Mena Tramontano che sconvolse il sistema.
Ci parlava dei libri che aveva amato, ci raccontò con passione la vita degli scrittori, ci invitò a casa sua per leggerci le sue poesie, mise a disposizione di noi alunni i libri della sua biblioteca e - fatto insolito per i compiti di italiano - ci lasciava liberi di scegliere la forma: una riflessione personale, una critica, un sogno personale e finanche un racconto .
I lavori poi venivano letti in classe e solo successivamente la parola scelta diventava il tema classico di italiano ossia, una traccia che esprimeva domande e proposte.
Una giorno disse: "La parola di oggi per il vostro compito è il lavoro, scrivete riflessioni episodi del mondo del lavoro raccontate i vostri sogni, con grande libertà."
Mi venne subito di raccontare la storia di due uomini che escono di casa e rientrano alla stessa ora ma molto diverso il lavoro svolto dall'uno e dall'altro e lo stato d'animo col quale essi rientrano a casa: per il primo grande passione responsabilità coraggio per il secondo fatica astio logoramento rifiuto.
Quel pomeriggio giunse a casa la telefonata della professoressa Tramontano che con grande decisione mi disse: "Lubrano tu non dovevi fare studi tecnici ma studi umanistici perché possiedi il talento della narrazione. Ci sono inflessioni dialettali ma ne parleremo a scuola per capire come tradurre certe frasi dialettali in italiano.
Potete immaginare la mia gioia. Mi precisò infatti: "Ognuno di noi ha un talento e solo se riusciamo a comprenderlo, potremmo sentirci un giorno felicemente realizzati."
Quando anni dopo scrissi il mio primo libro, la prima persona a cui donai una copia del libro fu Mena Tramontano, alla quale fui sempre grato per la sua sapiente e acuta capacità di indagare nell'animo dei suoi alunni e tirar fuori parola, pensiero e... talento.

Pasquale Lubrano Lavadera

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