La preside Maria Monaco Parascandola
Fu la Preside Maria Monaco Parascandola ad accoglierci il primo giorno
di Scuola Media, in un pomeriggio di sole ottobrino del 1955. L'atmosfera che
si creò in classe era solenne e tetra insieme: un'aula rettangolare del secondo
piano dell'imponente fabbricato, proprietà Di Costanzo, in località
sant'Antonio, le cui finestre affacciavano su un lussureggiante giardino.
Come sempre il nuovo mi atterriva più che entusiasmarmi. Lo sguardo e la
mia mente erano rivolti a quella figura alta e austera che era
entrata in aula con compunzione, quasi senza far rumore e con movimenti
misurati e docili mentre ci rivolgeva il saluto con un accenno di sorriso:
"Benvenuti
nella scuola media! Oggi per voi è l'ingresso in una scuola che potrà aprirvi
le porte per il futuro. Avrete i vostri insegnanti, uno per
ciascuna disciplina. La docente di italiano non è stata ancora
nominata dal Provveditore agli Studi e pertanto la sostituirò io, in attesa che
arrivi quanto prima. Come Preside della scuola dovrò occuparmi
di tutto l'andamento scolastico, per cui la mia presenza qui con voi è
un'eccezione e durerà per poche settimane."
Fece poi l'appello soffermandosi
su ogni nome e fissandoci con i suoi occhi verdi e luminosi e alla fine
aggiunse:
"Ho pensato di iniziare oggi, questa prima lezione
con una poesia…Avrete tutti imparato a memoria qualche poesia alle
elementari…Vi domanderete perché sono così importanti le poesie. So
che a voi piacciono più i racconti, perché un racconto narra un fatto, un
avvenimento, un'avventura, mentre la poesia è tutto un altro genere di
scrittura…"
La Preside si
fermò, come se volesse indirettamente sollecitare un nostro possibile
intervento. Ma nessuno fiatò. Avrei voluto alzarmi e dire davanti a tutti
quello che una mia zia Rosa, un giorno, mi aveva insegnato, mentre
mi leggeva la poesia Pianto antico di Giosuè Carducci, ma
me ne mancò il coraggio e restai sconfortato e confuso nel mio
banco.
L’albero a cui tendevi la pargoletta mano…Con la poesia, mi spiegò la zia, si possono esprime
sensazioni, sentimenti, suggerire immagini, con poche parole, e poi aggiunse
che il poeta Carducci, dopo aver perso un figlio era riuscito ad esprime il suo
immenso dolore proprio in quelle poche
righe. Forse mia zia voleva aiutarmi a superare il dolore che mi portavo dentro,
avendo perso da poco un fratello di 8 anni
Il mio carattere insicuro e la poca stima che avevo di me stesso, dovuto
forse ai molti rimproveri che mi piovevano addosso in famiglia, mi impedivano
di vivere rilassato e con serenità quell'approccio iniziale con la nuova scuola.
L’autorevolezza della preside e poi quel senso di spaesamento di fronte
ad una classe di ragazzi per la maggior parte sconosciuti, mi portava a
chiudermi in me stesso e allontanarmi dalla realtà che dovevo invece
affrontare.
Non ricordo, infatti, cosa ancora disse la Preside sulla poesia, perché
mi ero rifugiato nel passato per vincere l'insicurezza del presente.
Ritornai ad essere attento solo quando vidi la donna prendere il grosso
libro dell'antologia e, dopo averlo sfogliato, fermandosi con la
mano su una certa pagina, disse: "Leggeremo una poesia di Aleardo
Aleardi, Che cosa è Dio."
Dio? Avevo udito
bene? Non avevo mai fatto catechismo, ma quella parola era risuonata forte in
me nei racconti della Bibbia che in
alcuni pomeriggi mamma amava raccontarci e nel momento tragico in cui era
spirato mio fratello Salvatore.
Rivissi in quell'attimo il dolore acuto della perdita – era il maggio di
quel 1955 -, e nella mente ritornavano le parole piene di sofferenza e di
dolore di mia madre che raccontando quegli ultimi istanti della vita di
Savatore diceva: "Sapete cosa mi ha
chiesto prima di chiudere gli occhi? Mamma parlami di Dio e del
Paradiso..," e poi come sempre gli occhi di mia madre si erano riempiti di
lacrime.
Non m'aspettavo che Dio potesse entrare nella prima lezione in quell'inizio della Scuola Media, per cui
incuriosito mi disposi con animo trepidante ed aperto all'ascolto, legando quel
momento della nuova vita scolastica alla dimensione trascendente che
inconsapevolmente avevo vissuto nel momento della morte di mio fratello.
La voce della Preside chiara e suadente cadeva ora nel mio animo con la forza
incisiva che solo la verità possiede:
Nell'ora
che nel bruno firmamento
comincia
un tremolìo
di
punti d'oro, d'atomi d'argento,
guardo
e domando: - Dite, o luci belle,
ditemi,
cosa è Dio?
"Ordine",
mi rispondono le stelle.
Quando
all'april la valle, il monte, il prato,
i
margini del rio,
ogni
campo dai fiori è festeggiato,
guardo
e domando: - Dite, o bei colori,
ditemi,
cosa è Dio?
"Bellezza",
mi rispondono quei fiori.
Quando
il tuo sguardo innanzi a me scintilla,
amabilmente
pio,
io
chiedo al lume della tua pupilla:
-
Dimmi, se il sai, bel messagger del core,
dimmi,
che cosa è Dio?
E
la pupilla mi risponde: "Amore!
Ogni strofa una pausa, e subito dopo un
accento più incisivo che dava risonanza
alla domanda finale e alla relativa risposta.
Rimasi ammutolito
e nello stesso tempo affascinato dal ritmo melodioso di quei versi. Mai nessuno
fino a quel momento ni aveva donato con tale solennità la lettura di una
poesia, per cui mai avrei immaginato di poter rimanere abbagliato dai
versi di un poeta.
La lettura di Zia Rosa, pur bella ed evocante affetto sincero, era stata
ben poca cosa di fronte alla lettura della Preside.
Ci fu poi il successivo commento che la Preside
fece strofa per strofa, con acuta dovizia, evidenziando la densità
di quelle parole, ed io mi sentii catapultato e immerso nell'universo con una
percezione nuova di quel cielo stellato che mi aveva sempre incantato fin da
piccolo, ma che ora mi appariva in tutta la sua bellezza, e così pure di quei
giardini fioriti in una natura splendida, e di quel sentimento di amore così
ardentemente avvertito come necessario alla mia esistenza.
Strano a dirlo, ma in
chiesa non avevo mai sentito Dio così vicino a me.
Maria
Parascandola Monaco terminato il suo commento continuò a guardarci
negli occhi uno ad uno, per carpire dai nostri sguardi la
comprensione o meno delle sue parole, in un silenzio assoluto che continuava a evocare il mistero di Dio.
Quel
momento resta incancellabile e vibra in me con la potenza
incorrotta di allora. Senza che me ne accorgessi percepivo con i sensi del mio
animo l'amore di quel Dio di cui mamma ci aveva spesso parlato.
Quell'ora volò
via con la rapidità di un lampo, per cui provai solo il timore del tuono che ci
sarebbe stato subito dopo, come sempre accadeva nelle scuole elementari con una
serie lunga di compiti assegnati. Ma la
Preside fu parca e non volle appesantire
la lezione e ci invitò solo a rileggere la poesia a casa e
scrivere qualche pensiero personale scaturito dalla comprensione di quei versi.
Fin quando rimanemmo nel Palazzo Di Costanzo fu la Preside a dominare la
scena. Infatti per più giorni ritornò in classe nell'ora di italiano
e sempre si ripeté quella sorta di magia fatta di silenzio e di
attenzione di fronte alla sua presenza.
Non ricordo gli
altri docenti né i volti anonimi dei miei compagni. Era lei ad incutere
rispetto e amore insieme per cui ne uscivo sempre con una pienezza interiore e
intimamente appagato.
Il sentirmi guardato così profondamente mi bastò e, non so da quale
intimo convincimento, pensai che lei forse avesse saputo del dolore da me
vissuto, anche perché era molto amica dell’insegnante Lucia Strudel, madre del
mio compagno di classe e amico di giochi Carlo, la cui abitazione era vicina
alla nostra. Carlo fu l’unico compagno delle elementari che si trovò nella
stessa classe di prima media e sua madre Lucia era stata molto accanto a mia madre nel momento
doloroso e l'aveva aiutata a superare lo
strazio che si prova sempre quando si perde un figlio.
Un altro episodio
di quei giorni si staglia netto nella mente fra tutti gli altri; un'altra
poesia, un altro poeta, nella presa di coscienza che esistevano i
compagni con una loro storia, spesso dolorosa quanto la mia.
Quel pomeriggio,
nella classe regnava un’aria di attesa e dalla finestra la luce del
sole pomeridiano infiammava i volti di noi alunni. Sulla cattedra ancora Maria
Parascandola Monaco, che leggeva una poesia del poeta Giovanni Pascoli, Romagna:
Sempre un villaggio, sempre una
campagna
Mi ride al cuore o piange,
Severino:
il paese ove, andando ci accompagna
l'azzurra visione di san Marino…
Il suono
cadenzato e lento dei versi ci trasportava in un mondo sconosciuto, avventuroso
e lontano. Nessuno tra noi aveva mai posto piede fuori dell'isola,
eppure in quella descrizione di arie familiari lontane, di immagini domestiche,
si riviveva o si rimpiangeva quella che era la condizione di vita attuale o
perduta.
Da' i borghi sparsi le campane
intanto
Si rincorrono coi loro gridi
argentini:
chiamano al rezzo, alla quiete, al
santo
desco fiorito d'occhi di bambini.
La Preside raccontava,
chiariva il significato di quelle parole inusitate e rendeva visibile quel
desco fiorito d'occhi di bambini ed io vedevo con la mia mente il tavolo
dove ci riunivamo come famiglia per il pranzo e la cena, quel tavolo in cui un
posto ora rimaneva sempre vuoto.
Mentre lei
continuava il suo commento ai versi, uno dei compagni, smilzo e minuto, si alzò
dal banco per avvicinarsi alla cattedra. La Preside si chinò per ascoltarlo e
il compagno, dopo averle sussurrato alcune parole nell'orecchio, si
abbandonò tra le sue braccia in un pianto convulso.
Restammo
ammutoliti e sorpresi in quel silenzio irreale cadenzato dai singulti del
compagno.
Istintivamente in me un'intensa partecipazione all’evidente dolore:
quale segreto poteva nascondere quel pianto? Un'altra morte? Il ragazzo ritornò
al suo posto dopo che la Preside l'ebbe
consolato e nell'atmosfera colma di domande inespresse risuonarono ancora i versi del poeta:
Romagna solatia, dolce paese…
Ma ora essi non
mi trafiggevano più, nel mentre lampi di pensieri mi si affacciavano: ogni
parola si dileguava per altri sentieri, lontani da quelli in cui la Preside
cercava di condurci.
La lezione
terminò quando il sole era ormai tramontato. Ci ritrovammo in strada esitanti e
perplessi, come se quel pomeriggio di scuola non volesse chiudersi.
Poi, eravamo già tutti in strada, per una reazione a catena, improvvisa
e fulminante circolò la notizia: la mamma del compagno che la preside aveva
abbracciato era malata e non preparava il pranzo per il ritorno dei figli da scuola,
né poteva farlo il papà che navigava e toccava a Luigi preparare il pranzo per
i fratellini.
Quale triste e
inimmaginabile scoperta: anche una mamma poteva ammalarsi così tanto da non poter
preparare il pranzo per i figli. Avvertii nell'animo un sentimento
di sconfinata benevolenza verso quel compagno e fin quando restò con noi non avrei più dimenticato la sua fierezza
nello sguardo che forse la preside dovette generare in lui qual giorno in
cui egli aveva osato parteciparle il suo
dolore, suscitato proprio dai versi del Pascoli.
Il potere misterioso della poesia,
ma questo l'avrei capito solo molti anni dopo.
Quelle prime
lezioni con la Preside restarono memorabili e, quando anni dopo ebbi modo di
incontrarla in altra circostanza, negli anni 60, nella sala Pio XII alla
Chiaiolella, dove era nato, intorno al Professore di religione Don Michele
Ambrosino, il primo circolo culturale di lettura, mi venne spontaneo
raccontargli quei due momenti per me molto significativi. Lei si commosse e
lessi nel suo sguardo un’intima gioia.
Lei s'era resa
disponibile a sostenere la vita di quel primo circolo che nasceva sull’isola.
Ci parlava di letteratura, di grandi poeti e scrittori, del rapporto tra arte e
morale e ricordo ancora la serietà con cui si pose di fronte a noi studenti
delle superiori, già suoi ex-alunni, per
inondare il nostro animo giovanile di
vibrazioni che la scuola secondaria non era riusciva neanche a sfiorare.
Maria Parascandola Monaco segnò
con la sua presenza la vita di tanti di noi e grazie all'amicizia con Don
Michele Ambrosino ora accresceva la nostra cultura e dava un forte contributo
alla cultura dell'isola di Procida dove lei aveva scelto di vivere, sposando
anche un procidano.
Anni dopo quando fui chiamato ad insegnare proprio nella scuola media procidana riannodai il
rapporto con lei e suo marito, entrambi ormai in pensione, e fui spesso nella
loro abitazione, situata proprio in quel
palazzo Di Costanzo dove c'era stata prima la sede centrale con la presidenza
della vecchia Scuola Media .
Lunghi pomeriggi dove un giovane docente riviveva con la sua Preside della Scuola Media riflessioni sulla vita
dell'isola, sugli scrittori che avevano donato opere letterarie ispirate da quel luogo, di pittori
famosi. Ma, quello che maggiormente mi colpì
e mi diede la completa immagine
di quella donna fu il cogliere che nel suo cuore primeggiavano i volti e le parole
delle centinaia d alunni che lei aveva conosciuto e amato e che, seppur da
lontano, aveva seguito nel corso della loro vita dopo la scuola media.
Spesso infatti interrompendo un discorso, riaffiorava in lei il ricordo
di un nome e mi chiedeva notizie, ed io spesso a dirle qualcosa che appagava la sua esigenza. Altre volte erano nomi di ragazzi da
me non conosciuti per cui era lei allora a ricordarnne il rapporto avuto con
essi e a donarmeli.
In quei pomeriggi ebbi la certezza di quanto la scuola fosse stata
importante per lei e di come, pur nel ruolo responsabile e austero di Preside nel
suo cuore vibrava un cuore vivo e
palpitante di madre, in lei che madre
non era stata.

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