PROCIDA: IL VALORE STORICO DEL PALAZZO FLORENTINO
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| ProcIda; il Palazzo Florentino |
L’antico palazzo Florentino, è entrato a pieno titolo nella nostra tragica storia del 1799, quando molti procidani furono condannati alla pena di morte per aver inneggiato alla Repubblica e con la conseguente confisca dei beni immobili.
E’ il palazzo che si trova a Marina Grande lato Est, “sott’a Lengua”, al termine della “Palazzata” e prima dell’attuale cinematografo, conosciuto come il “Palazzo dell’Istituto Nautico”, in quanto il Nautico fu costruito al di sopra di esso successivamente con due ulteriori piani.
Caratterizzato dal suo grande portone, l'atrio di grande lunghezza e con un imponente scalone che ha visto passare intere generazioni di giovani procidani che, proprio nell'Istituto Nautico, posto in cima al palazzo, hanno conseguito il diploma di macchinista o di capitano.
Esso, come precisa Sergio Zazzera nel suo libro “Conoscere L’isola” apparteneva alla storica famiglia Florentino di cui Andrea, Sindaco repubblicano, fu condannato a morte con impiccagione in quel triste 1799, e con la disgregazione dell’intera famiglia. Scrive infatti: “Andrea… dottore in giurisprudenza, quarantunenne, moglie e quattro figli, fu inviato al patibolo da Vincenzo Speciale, dopo che Maria Carolina in persona gli ebbe negato la grazia, per avere assunto la “presidenza della municipalità”[1], il che val quanto dire la carica di sindaco di Procida repubblicana. Sorte appena un po’ migliore (si fa per dire) toccò al padre di lui, Michele, imprigionato nel castello d’Ischia, e ai fratelli, Girolamo, componente di quella stessa “municipalità”, condannato all’ergastolo e Antonio, sacerdote, esiliato in Francia; come dire: una famiglia distrutta.”
Tale palazzo fu confiscato e divenne possedimento reale e Zazzera ce ne offre una stupenda descrizione: “Il palazzo avito è maestoso per altezza, per aspetto architettonico e per portale, che dalla Marina della Lingua dà accesso all’Istituto nautico. Altamente significativi della ricchezza dell’edificio, soprattutto, nel quadro della società procidana del Settecento, non particolarmente ricca, se s’esclude la classe armatoriale, sono, da una parte, il portale di piperno, di forma poligonale irregolare, che precede un androne di dimensioni insolite, per Procida, sia in altezza, che in profondità, e, dall’altra, i timpani triangolari che sovrastano i balconi del secondo piano; anche il terrazzo, però – sul quale oggi poggia la parte sopraelevata della maggiore istituzione scolastica procidana, di più recente costruzione –, ha un’estensione (oltre che una veduta) non comuni. La sua impronta signorile, peraltro, s’è sufficientemente conservata, pur fra tettoie, costruzioni moderne e verande che lo circondano e, in buona parte, lo soffocano.”
Imponente e austero fu costruito nel 700 secondo il modello dei palazzi signorili di Napoli ed esprimeva, a differenza delle altre abitazioni, lo status sociale della famiglia Florentino. Dal grande portone, ingresso principale del palazzo, si nota subito che esso si discosta nettamente dallo stile di tutte le altre case di Marina Grande, la cosiddetta “palazzata”. Evidentemente fu eretto in epoca successiva in uno spazio vuoto tra due caseggiati di cui l’ultimo, ora non c’è più e vi troviamo il cinema.
Questo ultimo caseggiato negli anni 1916-1918 si lesionò e le famiglie costrette ad abbandonare l’abitazione e, subito dopo l’abbattimento del caseggiato. In quel caseggiato abitavano la mia bisnonna Michela Lubrano Lavadera e sua figlia Giulia Schiano, mia nonna materna, costrette a lasciare la casa. Pertanto, dopo l’abbattimento, il palazzo Florentino rappresentò per molto tempo l’ultima parte dei caseggiati ad est della Marina Grande.
Mi racconta mia nonna Giulia Schiano che lei, a 16 anni, quando dovette lasciare Marina Grande, provò un grande sconforto e con sua madre erano terrorizzate dal fatto di dover cercare una nuova casa. Guardarono con tristezza infinita il luogo in cui erano vissute e l’austero palazzo che non le aveva saputo difendere, anzi ritenendo proprio il Palazzo dell’Istituto Nautico la causa prima delle lesioni della loro casa. Ricordava, infatti, che da sempre avevano avvertito le vibrazioni delle mura quando nell’officina dell’Istituto, collocato lateralmente al loro caseggiato, si mettevamo in moto i macchinari. Pertanto era opinione di tutti gli abitanti del caseggiato che, quelle continue vibrazioni avrebbero a lungo andare provocato lesioni all’antico caseggiato
Nessun risarcimento ci fu per quelle famiglie di pescatori costrette a lasciare la casa, tanto che la mia bisnonna, provata intimamente e psicologicamente da quella sventura, fin quanto visse ripeteva sempre tra le lacrime, “Ho perso mio marito ancora giovane, un figlio piccolo per un travaso di bile fulminante, una prima figlia col la polmonite, una seconda figlia per un parto, un figlio in America mai più tornato e alla fine, sola con mia figlia Giulia, ho dovuto perdere anche la casa per colpa dell’Istituto nautico. Non avrei mai pensato di dover soffrire tanto… Per la mia sventura piangono anche le pietre della strada.”
Nulla sapeva la mia bisnonna del 1799, della tragedia della famiglia Florentino. Nessuno nell’isola ne parlava più. Quel passato intriso di sangue e di terrore era segregato nei cuori dei procidani come di un grande maleficio che s’era abbattuto sull’isola. Si voleva nascondere l’ignominiosa colpa del tradimento dei monarchici che avevano denunciato al re i cittadini repubblicani distruggendo tante famiglie con la morte, l’esilio e la perdita dei beni.
Il palazzo Florentino è oggi ancora lì, austero ma abbastanza invecchiato, oserei dire abbandonato, nonostante un ascensore sia stato collocato all’interno, permettendo ai docenti del Nautico provenienti dalla terraferma di giungere comodamente fino al terzo e quarto piano dell’Istituto.
Osservandolo attentamente, ci rendiamo conto che esso ha resistito bene nei secoli e si presenta ancora oggi nella sua imponenza, schiaffeggiato dagli spruzzi del mare nelle “ponentate” invernali e dalla polvere del tempo.
Basta entrare nel grande portone a piano terra per avvertire, ancora oggi, un senso di tenebrosa malinconia. Le mura trasudano e parlano di eventi storici di capitale importanza e nella loro superba fattura ci riportano alle dolorose vicende della storia che sempre ci catturano e ci suggestionano.
A partire dall’androne e dall’imponente scalone la fantasia vola alta e si intravede in filigrana quanto la storia non ha ancora amato raccontare.
Pasquale Lubrano Lavadera



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